COSA E’ IL RISCHIO?

Per un professore di finanza aziendale −−→ La volatilità di un titolo rispetto al mercato, misurata dal beta.

Per un gestore tradizionale −−→ La performance relativa rispetto ad un indice di riferimento

Per noi di C.I.P. −−→ Una variazione negativa del valore intrinseco di un business tale da generare una perdita permanente di capitale.

Presteremo molta attenzione sul rischio minimizzando la probabilità di perdere permanentemente capitali.

Per enfatizzare il concetto elenco qui sotto le prime 2 regole di Warren Buffett per avere successo negli investimenti:

REGOLA N°1: NON PERDERE MAI SOLDI

REGOLA N°2: NON DIMENTICARE LA REGOLA N°1

La seguente tabella illustra come, maggiore è la perdita di capitale, maggiore è il rendimento che bisogna generare per ritornare al livello iniziale.

PERDITA’  DI CAPITALEGUADAGNO NECESSARIO PER RIOTTENERE IL CAPITALE INIZIALE
10%11%
20%25%
33%50%
50%100%

RAPPORTO RISCHIO/RENDIMENTO PER WARREN BUFFETT (TESTO PRESO DALLA CONFERENZA CHE TENNE NEL 1984 ALLA COLUMBIA UNIVERSITY PER COMMEMORARE I 50 ANNI DALLA PUBBLICAZIONE DI “SECURITY ANALYSIS”, L’OPERA CHE CREO’ UN METODO PER VALUTARE LE AZIENDE E SEGNO’ LA NASCITA DELL’APPROCCIO AGLI INVESTIMENTI BASATO SUL VALORE).

Vorrei dire una cosa importante a proposito del rapporto tra rischio e rendimento. Rischio e rendimento hanno a volte una correlazione positiva. Se qualcuno mi dicesse: “Ecco qui un revolver a sei colpi con dentro un solo proiettile. Perché non fai ruotare il tamburo e premi una volta il grilletto? Se sopravvivi ti do un milione di dollari.” Rifiuterei l’offerta, ribattendo forse che un milione di dollari non è abbastanza.

Questo qualcuno potrebbe allora offrirmi 5 milioni di dollari per premere il grilletto due volte. Ecco, in questo caso ci sarebbe una correlazione positiva fra rischio e ricompensa!

L’esatto opposto è vero nel caso del value investing. Acquistare un biglietto da un dollaro a 60 centesimi è più rischioso che acquistarlo a 40. Eppure la ricompensa attesa è maggiore nel secondo caso che nel primo. Maggiore è il ritorno potenziale, nel portafoglio orientato al valore, minore è il rischio.

Facciamo un rapido esempio. Nel 1973, il gruppo Washington Post aveva una capitalizzazione di Borsa di 80 milioni di dollari. Ma i suoi asset avrebbero potuto essere venduti, in quegli stessi giorni, a uno qualsiasi tra una decina almeno di possibili acquirenti per non meno di 400 milioni di dollari, e probabilmente per molto di più.

Il gruppo controllava il Post, Newsweek, e diversi canali televisivi in mercati importanti. Queste stesse proprietà valgono ora 2 miliardi di dollari, ed è chiaro che chi le avesse comperate per 400 milioni non si sarebbe comportato da pazzo.

Ora, se il crollo del titolo fosse stato ancora più forte, tale da ridurre la capitalizzazione a 40 milioni invece di 80, il beta sarebbe stato più alto. E per quanti pensano che il beta misuri il rischio, il prezzo più basso avrebbe reso il titolo più rischioso.

Ma questa è una logica da Alice nel Paese delle Meraviglie! Non ho mai capito perché dovrebbe essere più rischioso comperare proprietà del valore di 400 milioni di dollari al prezzo di 40 milioni piuttosto che a quello di 80 milioni […]

Certo, bisogna avere le conoscenze che ti consentono di arrivare a una stima complessiva del valore delle attività sottostanti. Ma mica occorre una precisione millimetrica.

Questo intendeva Graham quando parlava di margine di sicurezza. Non cerchi di acquisire attività del valore di 83 milioni per 80 milioni. Ti lasci un margine enorme. Quando costruisci un ponte, insisti che possa reggere 15 tonnellate, ma poi ci fai passare carichi da 5 tonnellate. Lo stesso principio vale per gli investimenti.

Per concludere, qualcuno tra voi più dotato di senso degli affari potrebbe chiedersi perché io dica queste cose. Far crescere il numero dei convertiti all’approccio orientato al valore ridurrà per forza di cose lo scarto fra prezzo e valore.

Ma quel che posso dirvi è che il segreto è noto ormai da 50 anni, da quando Ben Graham e David Dodd scrissero “Security Analysis”. Eppure, non ho notato nessuna tendenza a una maggiore popolarità del value investing, nei 35 anni in cui io l’ho praticato.

Sembra esserci qualche perverso tratto umano che rende difficili le cose semplici. Il mondo accademico, anzi, nell’ultimo trentennio si è allontanato ancor di più dall’insegnamento del value investing. Ed è probabile che le cose continuino così.

Le navi circumnavigheranno il pianeta, ma i membri della Società della Terra Piatta non faranno che crescere di numero. E quanti avranno letto Graham & Dodd continueranno a prosperare.